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La misura folle delle nostre vite

È ormai diffusamente nota l’influenza che le organizzazioni internazionali (FMI, BCE, OCSE, World Bank, etc) esercitano sulla definizione dell’indirizzo di politica economia nazionale. Risulta, invece, meno nota la metodologia che queste adottano nel definire le politiche stesse e l’impatto che esse hanno sulle variabili macroeconomiche fondamentali (PIL, disoccupazione, inflazione, etc).

Tali organizzazioni si avvalgono di precisi modelli econometrici, supportati da teorie economiche, per la compilazione di report periodici in cui (i) analizzano il contesto macroeconomico internazionale, (ii) stimano l’andamento futuro di determinate variabili, (iii) forniscono ai governi nazionali consigli in merito alle politiche economiche da adottare. La conoscenza di questi modelli dovrebbe essere il più possibile diffusa, vista la loro rilevanza sulle scelte politiche e quindi sulla vita dei cittadini. Tuttavia molto spesso così non è e si lasciano le valutazioni nelle mani dei soli economisti a causa di una (apparente) difficoltà di comprensione.

Christine Lagarde, presidente FMI
Christine Lagarde, presidente FMI

Cerchiamo di familiarizzare con un concetto di fondamentale importanza per la sua rilevanza negli studi di ricerca di queste organizzazioni: l’output gap.

Output gap è differenza tra output attuale e output potenziale. L’output attuale è l’ammontare di beni e servizi prodotti in un dato periodo da un’economia (più generalmente PIL); cresce in fasi di boom, diminuisce in fasi di recessione. L’output potenziale è l’ammontare di beni e servizi che un’economia sarebbe in grado di produrre se utilizzasse a pieno la propria capacità produttiva. Dunque se l’output gap è negativo significa che l’output attuale è inferiore a quello potenziale, ovvero l’economia non sta utilizzando in maniera efficiente la sua totale capacità produttiva. Gli economisti diranno che siamo in presenza di un eccesso di offerta, che dovrà essere colmato con uno stimolo alla domanda (tipico nei periodi di recessione). Questa è la situazione in cui – Keynes docet – lo Stato è chiamato a intervenire con un aumento della spesa, o disavanzo pubblico. Nel caso in cui l’output gap è positivo, ci troviamo di fronte a un sovra-utilizzo della capacità produttiva. La domanda supera l’offerta (tipico nei periodi di boom).

Consideriamo ora due variabili economiche strettamente collegate ai concetti sopra definiti: inflazione e disoccupazione.

I policy maker spesso usano l’output potenziale per determinare il livello di inflazione costante, ossia un livello stabile dei prezzi. In questo modo il livello di output potenziale viene calcolato come quel livello che non produce pressioni sull’andamento dei prezzi. Tali pressioni possono essere al rialzo (inflazionistiche) o al ribasso (deflazionistiche). Risulta evidente, quindi, concludere che un livello di output attuale superiore a quello potenziale (output gap positivo) determina una crescita dei prezzi; viceversa, un livello di output attuale inferiore al potenziale (output gap negativo) determina una riduzione dei prezzi.

L’unemployment (disoccupazione) gap è un concetto strettamente collegato all’ output gap appena definito. Il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment) è il tasso di disoccupazione consistente con un livello di inflazione costante; deviazioni del tasso di disoccupazione sono associate con deviazioni dell’output dal suo livello potenziale. Un governo che si pone come obiettivo il raggiungimento di un tasso di disoccupazione pari al NAIRU dovrà aumentare la produzione fino al suo livello potenziale (output gap uguale a zero), in modo tale da non esercitare pressioni sui prezzi.

Alla luce delle nozioni sopra riportate, proviamo ad avanzare delle considerazioni, alcune di carattere metodologico, altre di carattere politico.

Innanzitutto, l’impianto teorico sopra descritto mal si concilia con la maniacale attenzione che le istituzioni europee ripongono nell’univoco tasso di inflazione, il quale deve essere omogeneamente per tutti paesi membri vicino ma sotto al 2%. Tuttavia, secondo la definizione di output gap, il tasso d’inflazione ottimale – ammesso che esista – è quello riscontrabile quando l’economia produce al suo massimo potenziale. Considerando che ogni paese ha una capacità produttiva differente, ci si dovrebbero aspettare altrettanti differenziali inflattivi che rispecchiano le potenzialità delle rispettive singole economie.

In secondo luogo, tornando alla metodologia utilizzata per computare l’output gap, va tenuto in considerazione che, a differenza dell’output attuale di facile calcolo (PIL), l’output potenziale è frutto di una stima ottenuta mediante l’utilizzo di una regressione statistica. Quest’ultimo è un calcolo analitico utilizzato per “spiegare” un fenomeno reale, in questo caso l’output potenziale. In quanto modello statistico, possiede due caratteristiche che minano la sua affidabilità: (i) è una creazione umana, per quanto un modello possa essere attendibile è pur sempre un modello; (ii) è un calcolo molto approssimativo e in quanto tale andrebbe “preso con le pinze”, salvo poi pentirsene successivamente (si prenda come esempio la sottostima del FMI sul moltiplicatore della spesa in Grecia, fatto che ha dato il via libera alle politiche di austerità. Per ogni euro di spesa tagliato era stata stimata una riduzione del PIL di 0.6, che poi si è rivelata essere di 1.5, con gli effetti drammatici che tutti conosciamo).

Infine, sempre considerando la definizione di output gap, suscita non pochi dubbi la decisione di aver intrapreso, e continuato, le politiche di austerità. Il calo dell’output attuale conseguente alla crisi finanziaria del 2007 avrebbe richiesto necessariamente politiche a sostegno alla domanda, al fine di ridurre l’output gap sceso a livelli molto negativi. Tuttavia le politiche di austerità richieste ai paesi periferici dell’eurozona sono andate a sottrarre risorse già in diminuzione in quelle economie, causando un ulteriore calo dell’output attuale. Le istituzioni europee, tuttavia, attribuivano la colpa direttamente agli stati, i quali dovevano implementare riforme strutturali per aumentare – dicevano – il potenziale di crescita dell’economia (output potenziale). Ebbene, nonostante le intenzioni fossero le migliori, nonostante i moniti degli economisti di area più eterodossa, i risultati sono stati opposti.

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Come sostenuto recentemente da Tommaso Monacelli (non di certo un eterodosso) su lavoce.info, le riforme strutturali non accompagnate da stimoli alla domanda hanno un effetto dannoso sull’economia, non solo nel breve, ma anche nel lungo periodo, e rischiano di inclinare il potenziale di crescita futuro di un paese. Il problema, come sostiene anche Giacomo Vaciago su Il Sole24Ore, sta quindi nel “motore” di un’economia: se non si mette benzina nella macchina (stimoli alla domanda), il motore brucerà e gli effetti nel lungo periodo saranno drammatici. La correlazione tra austerità e diminuzione del potenziale di lungo periodo di un’economia è spiegata dal fatto che, con la diminuzione del reddito e dei consumi derivante da queste politiche, le imprese chiudono o delocalizzano, il numero di disoccupati aumenta, i lavoratori emigrano: tutti fattori che diminuiscono significativamente la capacità produttiva di un’economia, e quindi ne minano la produzione potenziale. Tuttavia, se non si considerano queste dinamiche reali, l’applicazione dei suddetti modelli analitici può risultare fuorviante, o nociva, ai fini di una corretta azione politica: la riduzione dell’output potenziale farebbe risultare “inflazionistico” un livello di output attuale che prima della riduzione non lo era, questo unito al grande rischio di vedere accettati come “naturali” (non inflazionistici) livelli di disoccupazione molto elevati.

Enrico Turco

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