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La Febbre spagnola: il Conto del Silenzio

11289672_1608245606111550_919258497_nFrenesia, ecco la parola adatta per descrivere l’Europa di inizio ‘900. Alla passionale Belle Époque della fine del secolo precedente, si era aggiunta una vigorosa iniezione di positivismo filosofico, tecnologico e sociale: ferrovie in Africa, dighe in Canada, canali che uniscono gli oceani tra loro. Il mondo era come uno sterminato lenzuolo bianco dove non solo ogni stato, ma addirittura ogni persona poteva lasciare un segno che sarebbe rimasto nel tempo. L’elettricità aveva allungato i giorni e i nuovi mezzi di comunicazione accorciato le distanze, erano gli anni del Ballo Excelsior, in cui i popoli tutti si liberavano dalle catene dell’impossibilità umana di opporsi alla natura e viaggiavano uniti verso un più radioso domani. Mentre questo mirabolante spettacolo di luce e concordia andava in scena sul palco, la realtà dietro le quinte era a dir poco medievale: anche ora che con gli stati nazionali, fresca eredità dell’800, l’Europa contava a malapena un pugno di teste coronate (e per lo più strettamente imparentate tra di loro). Gli asti, i malumori e soprattutto il diffuso senso di vendetta per i torti subiti, sopravviveva mal celato sotto la cenere. Gli eventi che esattamente 100 anni fa portarono allo scoppio della Prima Guerra Mondiale sono noti a tutti. Forse meno conosciute sono le dinamiche di un’altra tragedia del ‘900, contemporanea alla Grande Guerra, ma a lei superiore per numero di morti e propagazione geografica. Il disastro in questione è la grande influenza spagnola che tra un fronte e l’altro seminò decine di milioni di vittime. Come mai è passata sotto silenzio? Cosa la causò? Come venne sconfitta? Per rispondere alla prima domanda si può partire dal nome stesso con cui questo flagello viene da noi ricordato: la sua diffusione fu globale, ma venne chiamata spagnola perché – nel 1918 – la Spagna era neutrale, quindi i suoi mezzi di informazione non erano sottoposti a censura nei confronti di un virus così mortale, che avrebbe potuto fiaccare definitivamente il morale delle truppe al fronte già provato da 4 anni di guerra nelle trincee. Questo silenzio generale fece sì da un lato che nel resto del mondo, nelle rare occasioni in cui i media ne parlavano, sembrasse un’ epidemia quasi del tutto circoscritta alla penisola iberica, dall’altro che paresse un risultato secondario. Di conseguenza, oggi sappiamo abbastanza poco su questo luttuoso capitolo della storia recente, che assieme alla guerra (e anche più di essa) contribuì a rendere monotone le date di morte sulle lapidi di infiniti cimiteri.

11287107_1608245616111549_373424566_nDa cosa è nata l’epidemia “spagnola”? Considerata in Europa inizialmente come caso grave di meningite o di altre malattie in stadio critico, essa è stata quasi sicuramente portata dagli americani giunti sul fronte occidentale e da lì diffusa ovunque, in quanto fino ad allora sconosciuta e dissoltasi nel terzo anno di guerra improvvisamente. Nulla capita per caso, quindi per quanto scarsi i dati possano essere, non basta una risposta tanto favolistica a un fatto così grave e tremendo. Gli antefatti: ricerca scientifica e sperimentazione medica possono portare lontano, ma spesso c’è un pesante prezzo da pagare. Se il vaccino contro il vaiolo in America era obbligatorio per l’esercito fin dalla seconda metà dell’800, quasi tutti gli altri morbi erano ancora nemici contro cui la classe medica era inerme. Le vie per sconfiggerli, all’alba del XX secolo, erano ancora del tutto inesplorate. Tra semplici ciarlatani e luminari affermati le differenze erano ancora solo di facciata, la scienza dei microorganismi era agli albori e i rimedi erano più fisici che chimici (come i salassi); in poche parole, l’uomo volò prima di scoprire la moderna anestesia. Molto spesso i rimedi tentati (come la somministrazione di sostanze chimiche unite al sangue trattato di persone infette) si rivelavano più mortali dello stesso male da curare e molti erano i casi in cui chi si vaccinava poi veniva colpito da mali diversi, ma che avevano trovato via libera nel corpo del paziente spossato dalle iniezioni. Infatti, da quello che sappiamo, gran parte dei decessi per influenza spagnola sono stati causati proprio per infezioni batteriche avvenute dopo che il virus della spagnola aveva colpito e indebolito il malato. Se la dottrina era ancora molto tradizionale e legata alle credenze, questo non significa che innovatori, arditi del laboratorio e pionieri di nuove strade non sfidassero la clessidra della morte in ogni parte del mondo, spesso anche a costo della loro stessa vita. Uno dei nomi più famosi tra questi eroi della ricerca è Marie Curie, che per il suo studio sulle radiazioni perse la vita, ma ebbe il suo secondo Nobel per la Chimica nel 1911 dopo quello per la fisica nel 1903. Marie Curie, prima donna a insegnare alla Sorbonne e unica ad avere vinto due Nobel in due campi diversi, scoprì che alcune sostanze liberano energia – che chiamò radioattività – la quale condiziona le molecole dell’ambiente circostante. Dalle sue ricerche, si poté dare il via alla lotta contro i tumori, ma allo stesso tempo il suo assiduo contatto con le radiazioni le costò la salute e la vita. Molti furono i medici che morirono assieme ai loro pazienti per la febbre spagnola, infatti non solo i mezzi di azione erano rudimentali e di scarsa efficacia (bisognerà aspettare il 1928 per la scoperta della penicillina), ma era tutto l’impianto medico a essere ancora impreparato. L’impossibilità nei campi medici di allora di sterilizzare l’ambiente circostante al malato, la scarsa alimentazione e igiene rendevano chi veniva colpito dall’Influenza del 1918 vulnerabile a tutti gli altri microbi nell’ambiente. Questa dinamica va moltiplicata per decine di migliaia di volte all’interno delle trincee, in cui si viveva in mezzo alla sporcizia e sempre a stretto contatto l’uno con l’altro, in più le condizioni anche al di fuori dei campi di battaglia erano in molti casi simili a quelle che oggi assoceremmo ai paesi del più retrogrado Terzo Mondo. Solo con la fine della guerra e la diffusione dei rudimenti della pubblica igiene, si ebbe anche la scomparsa (non dovuta all’uomo) della più grave epidemia che la storia ricordi. Comparsa e scomparsa in una parabola di tempo così breve da essere forse un promemoria della natura nei confronti dell’uomo moderno, per ricordarci che ciò che noi costruiamo in secoli, la natura può cancellare anche in poche settimane. L’epidemia è anche un indiscusso esempio del fatto che anche un flagello, per quanto terribile sia, se opportunamente passato sotto silenzio può venir sottovalutato, dimenticato, deriso o perfino stravolto e capovolto col passare del tempo, se non accuratamente salvato e ricordato negli anni, per dare energia al monito che un lutto ha insegnato a così caro prezzo ed evitare che esso si ripeta in futuro.

Dave Lù Menotti

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