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Il complesso dei mercati “edipici”

Per comprendere le cause dell’insuccesso delle politiche economiche che le odierne istituzioni governative, nazionali e internazionali, stanno portando avanti nell’eurozona, e in particolare in Italia, ci sarà utile una simpatica e letteraria allegoria che Yanis Varoufakis riporta nel suo ultimo libro “E’ l’economia che cambia il mondo” (Rizzoli, 2015).

Il ministro greco dedica un intero capitolo della sua opera a spiegare come il mercato del lavoro e il mercato del denaro non funzionino come i normali mercati dei beni e servizi, ma li considera due mercati…”edipici”. Come nel mito greco di Edipo la storia ruota intorno a due profezie che, nonostante gli sforzi contrari dei personaggi, finiscono fatalmente per avverarsi, cioè si auto-avverano, così un corretto funzionamento del mercato del lavoro e del denaro dipende dalle profezie (aspettative) che i personaggi (imprenditori) hanno sul loro futuro.

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A differenza di quanto accade nel mercato dei beni e servizi, dove domina impervia la legge della domanda e dell’offerta, lo stesso non accade nel mercato del lavoro e del denaro. La legge della domanda e dell’offerta dice che, in una situazione di eccesso di offerta, la domanda di merci aumenta al diminuire del prezzo di tali merci, riportando il sistema in equilibrio; viceversa, in caso di eccesso di domanda, l’aumento del prezzo delle merci comporterà una riduzione della loro domanda. Ad esempio, un venditore di televisori che non riesce a vendere una sua merce al prezzo di listino di 1000€, sa che, diminuendo il prezzo presto o tardi riuscirà a trovare un acquirente, anche a costo di venderlo a un prezzo svantaggioso. Lo stesso ragionamento, tuttavia, non può essere applicato al mercato del lavoro e del denaro – come invece la teoria economica dominante vuole farci credere – all’interno dei quali è forte invece il peso delle aspettative (o profezie) degli imprenditori.

Supponiamo di trovarci in una situazione di eccesso di offerta di lavoro, altrimenti detta disoccupazione. La disoccupazione è segno di aspettative pessimistiche degli imprenditori sul futuro: questi non pensano di riuscire a vendere le merci prodotte che li consentirebbero di generare un profitto. Di conseguenza, si vedono costretti a licenziare parte della forza lavoro per evitare di incorrere in perdite. La teoria dominante ci insegna che, in queste circostanze, la diminuzione del prezzo del lavoro, o salario, è sufficiente per spingere gli imprenditori ad assumere ulteriori lavoratori, riducendo in tal modo la disoccupazione. Ebbene, nella realtà le cose non vanno esattamente così. Anzi, la diminuzione del prezzo del lavoro rappresenta il segnale di auto-avveramento delle profezie degli imprenditori. Difatti, quando gli imprenditori vengono a sapere che i lavoratori sono disposti a lavorare ad un livello salariale più basso, capiscono che le loro aspettative pessimistiche sul futuro sono state così confermate. La diminuzione del salario non causa, dunque, un aumento della domanda di lavoro, ma è tanto vero il contrario: la domanda di lavoro diminuirà. L’abbassamento dei salari sarà visto dall’imprenditore come una riduzione del potere d’acquisto da parte dei lavoratori/consumatori; si aspetterà quindi un ulteriore calo delle vendite e, di conseguenza, invece di aumentare la domanda di lavoro nonostante il calo del salario, andrà a tagliarla, aumentando la disoccupazione.

Lo stesso ragionamento vale anche per il mercato del denaro, in cui la riduzione del prezzo della moneta, o tasso di interesse, – solitamente controllato dalla banca centrale – non è in grado di soddisfare la domanda di finanziamento per gli imprenditori; questa non è correlata tanto al costo del denaro, quanto alle aspettative di vendita delle proprie merci, e quindi ai profitti attesi. L’annuncio del taglio del tasso di interesse stabilito dal banchiere centrale viene così, nuovamente, percepito come un’auto-avveramento delle profezie pessimistiche, che giustificano la bassa domanda di finanziamenti, e quindi di investimenti e di occupazione, da parte delle imprese.

Un sistema capitalistico si fonda sulla realizzazione dei profitti da parte dei capitalisti; tali profitti dipendono dalle aspettative di vendita delle proprie merci, nella misura in cui i flussi di cassa in entrata risultino superiori ai flussi di cassa in uscita maggiorati dagli onori finanziari. Il profitto atteso rappresenta quindi l’incentivo da parte del capitalista di mettere in moto l’intero processo produttivo, D-M-D’, il quale inizia ricorrendo ad un prestito (D) presso una banca nel mercato del denaro. Con tale finanziamento il capitalista prosegue con l’acquisizione dei mezzi di produzione e le merci impiegate nel processo produttivo, tra cui la merce forza lavoro (M) – quest’ultima acquisita presso il mercato del lavoro. Il processo produttivo poi procede con la trasformazione delle merci in prodotti finiti, pronti per essere venduti sul mercato ad un prezzo tale che i ricavi conseguiti risultino maggiori dei costi sostenuti inizialmente (D’>D); la differenza tra D’ e D rappresenta così il profitto a vantaggio del capitalista. Risulta ora chiaro comprendere che l’intero processo produttivo è animato dalle aspettative ottimistiche della realizzazione di un profitto da parte dell’imprenditore.

La riforma del mercato del lavoro (Jobs Act) effettuata dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi e la politica monetaria espansiva (Quantitative Easing) intrapresa dal Governatore della BCE Mario Draghi rappresentano entrambe due politiche volte a ridurre, rispettivamente, il costo del lavoro e il costo del denaro. Tuttavia, l’effetto sull’economia reale ora è stato pressoché nullo: la disoccupazione non è scesa (+13%), la domanda di finanziamenti e di investimenti non è aumentata. Nonostante l’insuccesso – preannunciato – di tali misure, il governo rimane fedele all’agenda neoliberista che incoraggia le politiche dal lato dell’offerta (supply-side) e le misure di contenimento di disavanzi pubblici, la fantomatica austerità. La crisi economica ha quasi raggiunto il suo settimo anno di vita; tuttavia, il paradigma neoliberista sembra reggere agli urti. Eppure, la validità di una teoria economica si dovrebbe giudicare proprio dalla sua efficacia realizzativa.

Ci chiediamo allora quali altre profezie dovranno aspettarsi i popoli europei prima di (auto)convincersi della caricatura fallimentare dell’attuale paradigma. Il popolo greco, conoscitore da vicino del mito di Edipo, sembra essersene già convinto.

Enrico Turco

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