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Giochiamo a carte

di Benedetta Venezia

Non ci sono molti modi per affrontare quello che non ci piace. Ce n’è qualcuno. E uno di questi è trovare quel luccichio che nella bruttezza permane, quel qualcosa che ti provochi ancora un sorriso.

<<E va bene, o’nonnì[1]. Fai carte>>, mi dice mio nonno quando l’ho convito a giocare con me.
Mi passa il mazzo e io lo mescolo. Le mescolo con cura, perché voglio fargli vedere che lo faccio bene, e lo faccio alzare, perché sennò non considera la giocata seria.
<<Come vuoi giocare, nonno?>>, gli chiedo.
<<Come vuoi tu va bene>> dice con rassegnazione. Ed è un po’ il suo modo galante per sottolineare che non esiste un gioco al quale potrei seriamente metterlo in difficoltà.
Iniziamo quasi sempre con la briscola, perché sin da subito voglio dimostrargli che non sono più una bambina. Che sono finiti i tempi in cui potevo gloriarmi dell’aver vinto ad asso-piglia-tutto.
<<Sei sicura, o’nonnì? Va bene>>.

La prima mano la canno sempre. Ansia da prestazione. Dovete sapere che mio nonno è uno dei massimi esperti dei giochi da carte, e giocare a qualcosa con lui in famiglia significa dover provare il proprio valore alla collettività. Tra me e i miei cugini sono leggendarie e mitiche le storie di qualcuno che abbia battuto il nonno. Se succede, quelle rare volte, è come se occupassimo il nostro posto alla tavola domenicale con maggior fierezza, come se onori e riconoscimento dovessero accoglierci al nostro passaggio. E quando ci sfidiamo tra di noi, tra pari, colui o colei che si siede al tavolo da gioco fregiato di questo titolo – titolo di “qualcuno che ha battuto il nonno” – incute rispetto e timore agli altri, finchè tale aurea non si disperde col lento andare dei tempi.

<<Eh, o’nonni!>> mi rimbecca tra la prima e la seconda manche <<Mi hai regalato un sacco di punti. Quando prima hai buttato quel tre, dovevi saperlo che avevo ancora una briscola!>>.
Durante la pausa – quei brevi secondi in cui si rimescolano le carte, poco prima di ridare via al gioco – mio nonno mi sprona, mi ravvede, mi riempie di consigli, tattiche, strategie. Lui vuole, desidera, che io lo batta. Lui, mio maestro, mi striglia bonariamente affinché da questa parziale sconfitta io esca forgiata.
Questo mi fa partire alla carica. “Ha ragione”, penso dentro di me. E mi riprometto che non farò più i soliti banali errori. Che proverò a contare le carte che escono, come fa lui, e che Dio solo sa come fa, visto che del resto della sua routine ha una percezione piuttosto confusa.
Mio nonno dà le carte. Faccio un respiro e provo a iniziare la partita con mente lucida e attenta, per non espormi a nessun errore infantile. La regola fondamentale di mio nonno è avere prudenza, non sfidare le carte, non fare gli sboroni. Perché può andarti bene, e allora sei stato fortunato, ma molto più spesso rischiare significa offrire il fianco all’avversario che, soprattutto se esperto, non esiterà ad affondarti e fare dei bei punti. Per mio nonno un bravo giocatore è colui le cui azioni sono impeccabili, morigerate, sulla difensiva, che è disposto a rischiare solo dopo essersi assicurato già un bel bottino.
Quindi faccio una giocata pulita, come piace a lui. Sto attenta a ogni sua mossa, perché infondo conosco i suoi schemi, e non mi faccio trarre in trappola facilmente.
A volte il caso mi è favorevole. E allora capita che mi capitino belle carte, e il nonno mi sbeffeggia, e scherza sulla mia fortuna. Oppure no, il fato mi è avverso, e finisco la partita, seppur con un punteggio dignitoso, senza essermi in pieno riscattata della pessima giocata di prima.
In ogni caso, a partita finita, lui sorride. Se perde sorride. Se vince sorride.
<<O’nonno, sei migliorata comunque. Brava, brava>> mi dice sempre, teneramente.

Non ho cosciuto bene mio nonno. Sono arrivata su questa terra troppo tardi per godere del vero sfavillare della sua presenza. Quello che so di lui adesso, del lui pieno, mi è stato raccontato da altri. Pare, e non stento a crederci, che sia stato dotato in gioventù di una mente incredibile, che adesso è qui a tratti, sommersa dagli anni, appesantita dagli acciacchi. E nonostante mi rammarichi enormemente del suo decadimento, sento, sempre, ogni volta che giochiamo a carte, che questo è un modo attraverso il quale posso ancora comunicare con lui.
Non posso raccontargli i miei ventitré anni, anche se vorrei. Non posso domandargli dei suoi, non più di tanto almeno. Non posso chiedergli consigli sui problemi di oggi, perché il suo loop temporale non li coglie appieno.
Posso, di converso, ascoltarlo nelle sue storie un po’ ripetitive, quelle storie sempre cariche di pathos, a cui cerco di strappare ogni volta un dettaglio in più; un nome, un posto, un anno, perché vorrei vedere quelle memorie acquisite quanto più simili a come le vede lui.
E poi… posso giocarci a carte. Posso vivere con mio nonno questo. Quando giochiamo a carte ho la sua attenzione, piena, sul qui ed ora. Su di me, sui re, sui tre, sugli assi. Su qualcosa in progressione, dall’esito non scontato, che sperimentiamo insieme. E quelle parole, quelle poche parole note di cui non posso fare a meno, sono il canale attraverso cui entrambi, per come possiamo, ci scambiamo affetto.

Non so molto di mio nonno, non quanto avrei voluto. Ma so che – e me ne rallegro immensamente – se Dio me lo concederà, quando tornerò a casa per Natale, quando la famiglia sarà riunita, nell’attesa del pranzo che mia nonna trafficherà in cucina, io troverò mio nonno in veranda con le sue Winston rosse, 100’s, e un mazzo di carte siciliane sotto mano.
Allora andrò da lui, lo supplicherò di giocare a carte con me, e, sebbene reticente, perché sa che vince quasi sempre, lui mi dirà
<<E va bene, o’nonnì. Fai carte>>.

[1] O’ nonno/o’ nonnì: vocativi, in dialetto siciliano, per “tesoro di nonno”.

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