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Esegesi della canzone Stranamore

11160456_10204108613811620_647943240_nNella discografia di Roberto Vecchioni (1943), cantautore milanese, Calabuig, stranamore e altri incidenti (1978) è il nono album, edito dopo il celebre Samarcanda, dell’anno precedente. Il fresco successo di pubblico fa sì che Calabuig ne ‘risenta’ per le atmosfere di alcune canzoni (Sette meno uno, Il castello) volte, seppur caratterizzate dall’originale tocco dell’autore, a catturare il pubblico in un quasi-tormentone. L’euforia melodica di questi brani influenza anche Stranamore, primo dei pezzi, con il quale l’autore si propone di presentare vari modi non ‘canonici’ d’esprimere amore, catturati in sei brevi quadretti, tanti quante le strofe, di situazioni affettive una più strana dell’altra, separate tra loro per personaggi, ambientazione e messaggio. Queste scenette sono cinematograficamente montate con sincopi tra le sequenze (con richiamo all’omonima pellicola di Kubrik del 1964), ma legate dal ritornello, che si ripete ogni due strofe.

È lui che torna a casa sbronzo quasi tutte le sere,
e quel silenzio tra noi due che sembra non finire
quando lo svesto, lo rivesto e poi lo metto a letto,
e quelle lettere che scrive e poi non sa spedirmi…
forse lasciarlo sulle scale è un modo di salvarmi.

Nella prima strofa l’io-poeta mette le vesti di una donna oppressa, forse anche maltrattata dal marito alcolizzato, per il quale, però, prova diverse tinte d’amore: devozione, nel prendersene cura ogni volta; dolore, per le sterminate distanze che si sono create; attenzione, nell’intuire i mancati gesti d’affetto e di scusa, simboleggiati dalle lettere scritte e non spedite; anche amore per sé, l’altra metà della coppia, che la spingerebbe a sottrarsi a tale cancro.

E tu che hai preso in mano il filo del mio treno di legno,
che per essere più grande avevo dato in pegno,
e ti ho baciato sul sorriso per non farti male,
e ti ho sparato sulla bocca invece di baciarti,
perché non fosse troppo lungo il tempo di lasciarti.

Nella seconda l’io passa a essere un innamorato che decide di troncare una relazione iniziata molto tempo addietro, come indica l’impegnare un giocattolo (la propria vita) al monte per farsi grande agli occhi di lei: la manifestazione del sentimento viene declinata nell’ambigua e coraggiosa volontà di separarsi prima di ferirsi a vicenda come una cosa dirompente, distruttiva e completamente inattesa, uno sparo invece di un bacio.

Forse non lo sai, ma pure questo è amore.

Il ritornello collega e svela il significato di ogni scena, facendo pervenire nel mondo della canzonetta modelli di amore diversi dall’imperante dimensione erotico-sentimentale.

E l’alba sul Danubio a Marco parve fosforo e miele,
e una ragazza bionda forse gli voleva dire
che l’uomo è grande, l’uomo è vivo, l’uomo non è guerra;
ma i generali gli rispondono che l’uomo è vino,
combatte bene e muore meglio solo quando è pieno.

In questo quadro, l’io osserva Marco Aurelio, costretto a fare la guerra in Pannonia, quando, invece, vorrebbe scrivere i suoi Pensieri: lo scontro tra il filosofico desiderio di raggiungere la sapienza (Σοφία, Sofia) tramite la riflessione e la passione per il grande valore della classicità, la gloria (κλέος, Klèos), si mostra nel gusto dolceamaro (il fosforo è una sostanza dallo sgradevole odore agliaceo) che l’imperatore-filosofo sente alla vista del Danubio, confine ultimo dell’Impero. Proprio sul limes, una ragazza (l’amore e la parte più pietosa di esso) prova a richiamarlo ai valori di quelle che sarebbero le sue inclinazioni, ma “i generali”, ovvero tutto il male possibile che abbia a che fare con la guerra, hanno l’ultima parola, rimandando nelle espressioni ai fanti della Prima Guerra mondiale, mandati con esiti disastrosi all’assalto della trincea avversaria nell’ebbrezza della grappa in dotazione.

E il primo disse – Ah sì? Non vuoi comprare il nostro giornale? –
E gli altri – Lo teniamo fermo, tanto per parlare… –
Ed io pensavo – Ora gli dico: “Sono anch’io fascista” –
ma ad ogni pugno che arrivava dritto sulla testa
la mia paura non bastava a farmi dire basta.

Nella quarta sequenza, insistente sullo scambio delle parti politiche, viene rappresentato il pestaggio di un uomo che si è rifiutato di comprare il giornale di un gruppo di attivisti di estrema sinistra alquanto simili ai picchiatori di parte avversa (le date di composizione e pubblicazione sono troppo vicine al 1977, anno di rivolte studentesche, per non poter avvalorare tale identificazione; inoltre, è assai poco probabile che si tratti di un gruppo di destra per il contesto: le squadracce non avrebbero praticato volantinaggio). La scena è dipinta dal punto di vista dell’io, che incarna un passante preso da compassione e impaurito dalla violenza delle botte, al punto di essere (quasi) pronto a dichiararsi fascista (o, meglio, non comunista) per sfidarli e dare manforte al malcapitato non con altra violenza, ma con l’opposizione morale (ciò che avrebbe dovuto fare ogni tedesco in risposta al decreto che obbligava ogni ebreo tedesco a esibire la stella di David sul petto).

Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione,
e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione
perché più in là non si poteva conquistare niente;
e tanta strada per vedere un sole disperato
e sempre uguale e sempre come quando era partito.

Qui si allude ad Alessandro Magno, agito sul modello del poema pascoliano Alexandros, nel quale il grande comandante, giunto in riva al fiume Oceano, limite finale del mondo classico, si lamenta dell’impossibilità di appagare ogni desiderio umano, che rimane illuso dai sogni e deluso dalla realtà. Così il re macedone della canzone, che, seppur acquistando in gloria sempre più e conquistando tutto il mondo, una volta sul limite non riesce a oltrepassarlo, non ha la chiave dell’universo e si dispera per la fatica sprecata nel cercare un senso all’esistenza.

Bello l’eroe con gli occhi azzurri dritto sopra la nave,
ha più ferite che battaglie, e lui ce l’ha la chiave;
ha crocefissi e falci in pugno e bla bla bla fratelli,
ed io ti ho sollevata figlia per vederlo meglio,
io che non parto e sto a guardarti, e che rimango sveglio.

Nell’ultima strofa l’ideale di capo politico e militare si incarna in un superuomo, ovviamente bello, in grado di ammaliare la folla, facendole credere di essere un salvatore, millantando più ‘onori’ di quanto si sia realmente scottato al fuoco della lotta, fino quasi a mostrare la chiave per scardinare il Vero, anzi, avviandosi verso il suo scrigno su di una nave capace di viaggiare oltre il confine rappresentato dal mare, certo del successo. L’io, in tutto questo, si tiene in disparte e, piuttosto che unirsi alla ricerca di una fantomatica verità, preferisce rimanere nel tepore degli affetti familiari, facendo sì conoscere alla figlia gli ardimenti dell’uomo che vuole trovare il senso della vita, ma proteggendola e sostenendola.

Interessante è, infine, porre l’attenzione sui personaggi che l’io interpreta: una donna oppressa, un amante addolorato, un passante compassionevole e un padre di famiglia che preferisce la certezza di una quotidianità serena a un folle volo oltre l’umano, inteso anche sull’asse Umanità-Bestialità; e mai uno dei potenti messi in gioco, a marcare la differenza di ruolo e la distanza tra intellettuale e partito e mondo pubblico in generale.

Luca Vignolo

2 comments on Esegesi della canzone Stranamore

  1. Danilo Dara
    05/07/2016 at 22:37 (4 anni ago)

    Mi spiace Luca ma non ci hai preso per niente.
    Intanto “forse lasciarlo sulle scale e’ un modo per salvarLo”.
    Il che ovviamente capovolge in modo drastico la lettura.
    Poi la questione del giornale: una cantonata suprema.
    Lui é quello che viene picchiato.
    Viene picchiato dai fascisti.
    No way out.
    Ma ti ringrazio per la questione Marco Aurelio.
    Questa a me mancava. Mi hai risolto una lacuna.

  2. mario antonio sarra
    27/01/2017 at 20:46 (4 anni ago)

    Semplicemente bravo! Congratulazioni, Luca.