Crea sito

Esegesi de Il canto delle sirene

FRANCESCO DE GREGORI, Il canto delle sirene, da Terra di nessuno [1987]
(testo e musica di Francesco De Gregori)

Non sarà il canto delle sirene
che ci innamorerà:
noi lo conosciamo bene,
l’abbiamo sentito già;
e nemmeno la mano affilata
di un uomo o di una divinità.
Non sarà il canto delle sirene
in una notte senza lume
a riportarci sulle nostre tracce,
dove l’oceano risale il fiume,
dove si calmano le onde,
dove si spegne il rumore.
Non sarà il canto delle sirene;
ascoltaci, o Signore.

Mio padre era un marinaio,
conosceva le città;
mio padre era un marinaio,
partito molti mesi fa;
mio figlio non lo conosce,
mio figlio non lo saprà.
Mio padre era un marinaio,
partito molti mesi fa.

Non sarà il canto delle sirene
nel girone terrestre
ad insegnarci quale ritorno,
attraverso alle tempeste,
quando la bussola si incanta,
quando si pianta il motore.
Non sarà il canto delle sirene
ad addormentarci il cuore,
quando l’occhio di Ismaele
si affaccia da dietro al sole,
e nella schiuma della nostra scia
qualcosa appare e scompare.
Non sarà il canto delle sirene
che non ci farà guardare.

Mio padre era un marinaio,
e andava a navigare:
se l’è portato il vento,
se l’è mangiato il mare.
Mio padre era un marinaio,
girava le città;
mio figlio non le conosce,
ma le conoscerà.

Non sarà il canto delle sirene
che ci addormenterà,
l’abbiamo sentito bene,
l’abbiamo sentito già,
ma sarà il coro delle nostre donne,
da una spiaggia di sassi;
sarà la voce delle nostre donne,
a guidare i nostri passi,
i nostri passi nel vento,
e il vento ci prende per vela:
sarà di ferro la sabbia,
sarà di fuoco la sera.
Ascoltaci, o Signore,
perdonaci la vita intera.

Mio padre era un marinaio,
conosceva le città,
partito il mese di febbraio
di mille mesi fa;
mio figlio non lo ricorda,
ma lo ricorderà:
mio padre era un marinaio,
mio figlio lo sarà.

La canzone, di sei strofe diseguali di metri liberi legati da qualche rima alternata, si apre con l’invito delle sirene a mettersi in mare (simbolo dell’inconscio), cioè a sfidare la miseria per trovare qualcosa nell’Ignoto; il richiamo di questi esseri, che simboleggiano anche le certezze tradizionali del passato, viene però rifiutato come qualcosa di vecchio e ormai sterile dall’uomo moderno che, nella condizione di smarrimento e dolore tipica del Novecento, (definita «notte senza lume» e poi vero e proprio «girone» infernale) non riesce a risalire la corrente fino alla pace del paradiso terrestre o ad attraversare incolume le tempeste senza «bussola», e l’unico atto che pare possibile è invocare un dio distante. All’opposto, il padre dell’io era Ulisse, l’uomo antico, dotato di un cielo stabile e una terra ben ferma sotto di sé, in grado di affrontare la distesa sterminata del mare e i suoi pericoli; ma ormai anche solo il ricordo di una forma mentis di tale natura è perduto, e la nuova generazione addirittura ignora la grandiosità di cui è stato capace l’uomo.

Le sirene (la sapienza tradizionale e il richiamo dell’Oltre), come già per Odisseo, sono anche ostacolo che anestetizza l’autenticità, che distrae e non permette di scorgere, anche una volta intrapreso il viaggio, il senso che affiora, appena percettibile pure per «l’occhio di Ismaele», ovvero per lo scrittore che, come l’io narrante di Moby Dick, unico sopravvissuto alla bianchezza della balena metafisica, si prepone di raccontare il Reale dopo e a dispetto della catastrofe, della dissoluzione del mondo; ma ormai, dopo quasi un secolo di nichilismo (l’album è del 1987), anche l’uomo contemporaneo si sente in grado di resistere alle incantatrici e di sollevare finalmente lo sguardo e di raccontare al figlio, nonostante l’esito negativo, le imprese di Ulisse, l’esperienza che ha imbarcato e brillato sopra le onde; trasmettendone il ricordo, si intravede già una nuova generazione di homines novi pronti a partire, guidati non da qualcosa di astratto e mitico, ma dal «coro delle nostre donne», cioè un che di concreto e certo, di intimo e affettuosamente quotidiano per cui vale la pena lottare.

L’auspicio di De Gregori, quindi, è che i tempi siano ormai maturi perché si rifondi la civiltà, anche col permesso divino che ne sancisca la legittimità («Ascoltaci, o Signore, perdonaci la vita intera») con eventi straordinari come un nuovo diluvio («sarà di ferro la sabbia, sarà di fuoco la sera»), su basi nuove rispetto alla società precedente, ormai disgregata dalla paura e dalla solitudine, di modo che l’orizzonte diventi pienamente terreno senza possibilità di rimpianti.

Luca Vignolo

Comments are closed.